«Durante un viaggio in macchina, costeggiando il litorale, un amico mi ha detto che la Liguria è destinata a sgretolarsi in mare. Da lì ha lentamente preso forma l’idea di un lavoro che ruotasse attorno a questa fragilità. Fragilità che è tale solo in quanto rende precari gli insediamenti umani».
Il racconto di Sofia Merelli si articola in quattro storie di relazione tra la pietra della montagna in perpetuo movimento, e la vita antropica, tra tentativi di adattamento e messa a profitto: così ad esempio la cava di ardesia, che prende le sembianze di una vivisezione, un’asportazione chirurgica di grandi blocchi di pietra dal ventre della montagna per mezzo di martelli, scalpelli e grosse macchine trapananti. Ma chi abita la montagna si oppone anche con tenacia allo scivolare via del suolo, adoperandosi in lavori che prendono la forma di cura verso una mamma che dona risorse da sfruttare, ma che è anche anziana, pericolante e capricciosa. Per questo il rivestimento di intere pareti di rete metallica anti-frana, l’ispezione dei massi, la manutenzione e la pulizia dei sentieri boschivi, dei muretti a secco e degli antichi insediamenti rurali riassorbiti dalla vegetazione.
Nel film la frana e il dissesto idrogeologico perdono i connotati dell’emergenzialità o della catastrofe per assumere invece quelli di una mitologia della genesi raccontata, in alcuni frame, in soggettiva, dalla frana stessa: mentre precipita dalle montagne, mentre sprofonda nel mare. La frana è sempre futura, un evento sull’orlo dell’accadere, ma è anche passata; in questo senso, l’origine della morfologia della regione, una forza che spinge verso il basso e al continuo rimescolamento della terra, la stratificazione che ci ricongiunge a ere a noi altrimenti interdette.